“Eravamo nell’aula di studio, quando entrò il Direttore, seguito da un “nuovo” che indossava ancora abiti borghesi e da un bidello che portava un grosso banco. Quelli che dormivano si svegliarono, e tutti si alzarono come se fossero stati colti nel lavoro.
Il Direttore ci fece segno di sedere; poi rivolgendosi al prefetto:
- Signor Roger, gli disse sottovoce, ecco un alunno che vi raccomando, entra in quinta. Se per il profitto e la condotta si renderà meritevole, passerà nei “grandi”, come gli spetterebbe per l’età.
Fermo nell’angolo, dietro la porta, tanto che lo si vedeva appena, il “nuovo” appariva un ragazzo di campagna, di circa una quindicina d’anni, di statura più alta di tutti noi. Aveva i capelli tagliati a spazzola sulla fronte, come un chierico di paese, l’aspetto tranquillo e molto impacciato. Pur non essendo di spalle larghe, il vestito di panno verde con bottoni neri doveva dargli fastidio ai giri delle maniche e lasciava scoperti agli pacchetti dei paramani i polsi arrossati per l’abitudine di stare scoperti. Le gambe, con calze blu, gli venivan fuori da un paio di pantaloni di color giallastro molto tirati dalle bretelle. Calzava scarpe pesante, chiodate, mal lucidate.
Fu cominciata la ripetizione delle lezioni. Egli stava a sentirle tutt’orecchi, attento come alla predica, senza neppure osare di accavallare le gambe né di appoggiarsi sui gomiti, e, dopo due ore, quando suonò la campanella, il prefetto dovette chiamarlo perchè si mettesse in fila con noi.
Avevamo l’abitudine, quando si entrava in classe, per poter poi avere le mani libere, di gettare a terra i berretti, in modo che battessero contro il muro sollevando molta polvere; questo era lo “stile”.
Ma, sia ch’egli non avesse notato quella manovra, sia che non avesse osato adottarla, era già terminata la preghiera e il “nuovo” si teneva ancora il berretto sulle ginocchia. Era uno di quei copricapi di ordine composito, in cui si possono notare elementi del cuffiotto di pelo, del chapska, del cappello tondo, del casco di lontra e del berretto di cotone, una di quelle povere cose, insomma, che nella loro muta bruttezza hanno una certa profondità di espressione come il viso di un imbecille. Ovoidale e rinforzato da stecche di balena, cominciava con tre salsicciotti arrotolati; poi, divise da una striscia rossa, si alternavano delle losanghe di velluto e di pelo di coniglio; veniva poi una specie di sacco che finiva con un poligono di cartone, coperto da un complicato ricamo di galloni, da cui pendeva, con un lungo cordone troppo sottile, un piccolo gomitolo di fili d’oro a mò di nappina. Era nuovo, con una visiera che luccicava.
- In piedi, disse il professore
Quello si alzò; gli cadde il berretto. Tutta la classe si mise a ridere.
Si abbassò per raccoglierlo. Un vicino con una gomitata glielo fece cadere; egli lo raccolse ancora.
- Liberati dunque di quell’elmo, disse il professore che era un uomo di spirito.
Gli scolari scoppiarono in una risata fragorosa che sconcertò il povero ragazzo, il quale non sapeva più se doveva tenere il berretto in mano, o lasciarlo in terra o metterlo in testa. Si mise di nuovo a sedere e se lo pose sulle ginocchia.
- Alzati, disse il professore, e dimmi come ti chiami.
Il “nuovo” farfugliando un pò, disse un nome incomprensibile.
- Ripeti.
Si sentì lo stesso farfugliare di sillabe, che fu coperto dagli sghignazzi della classe.
- Più forte! gridò il maestro, più forte!
Il “nuovo” prese allora una risoluzione estrema, aprì una bocca enorme e a pieni polmoni, come se chiamasse qualcuno, lanciò questa parola: “Charbovari”.
Fu un baccano improvviso, salì con un “crescendo”, come scoppi di voci acute (chi urlava, chi abbaiava, chi pestava i piedi, chi ripeteva “Charbovari”! Charbovari!”), poi si ruppe in note isolate, smorzandosi a poco a poco, per riprendere poi di tanto in tanto su una fila di banchi, da cui sprizzava ancora, qua e là, come un petardo non ben spento, qualche risatina soffocata.
Tuttavia, sotto la pioggia dei “pensi” si ristabilì a poco a poco nella classe l’ordine, e il professore, arrivato ad afferrare il nome di Charles Bovary, dopo esserselo fatto dettare, sillabare e rileggere, ordinò subito al povero diavolo di andare a sedersi al banco dei fannulloni, ai piedi della cattedra. Quello si mosse, ma prima di fare un passo, ebbe un’esitazione.
- Che cosa cerchi? chiese il professore.
- Il mio ber…, rispose timidamente il “nuovo”, volgendo in giro occhiate inquiete.
- Cinquecento versi a tutta la classe! fu il grido furioso che arrestò, come il “Quos ego”, una nuova tempesta. – State quieti dunque! continuò il professore indignato, mentre s’asciugava la fronte col fazzoletto che aveva tirato fuori dal suo tocco. Quanto a te, che sei nuovo, mi copierari venti volte le parole “ridiculus sum”.
Poi con voce più dolce:
- Suvvia! lo ritroverai il berretto, nessuno te l’ha rubato!
Era ritornata la calma. Le teste si curvarono sui quaderni, e il “nuovo” tenne, per due ore, un contegno esemplare, sebbene di tanto in tanto qualche palletta di carta lanciata dalla punta di un pennino arrivasse a spiaccicarglisi in faccia. Egli si asciugava il viso ma restava fermo ad occhi bassi.
La sera, nell’aula di studio, egli tirò fuori dal banco le mezze maniche, ordinò le sue piccole cose, rigò con cura la carta. Vedemmo che lavorava coscienziosamente, cercando tutto preoccupato, ogni parola nel dizionario. Grazie, certamente, alla buona volontà che dimostrò, poté non retrocedere alla classe inferiore; se conosceva abbastanza le regole, non possedeva l’eleganza della frase. Era stato il curato del suo paese ad iniziarlo al latino, poiché i suoi genitori, per economia, l’avevano mandato in collegio soltanto il più tardi possibile.
Suo padre, Carlo Dionigi Bartolomeo Bovary, già aiuto chirurgo militare, verso il 1812, rimasto compromesso in certi brogli di coscrizioni e verso quell’epoca costretto a lasciare il servizio, aveva approfittato della sua bella presenza per acchiappare al volo una dote di sessantamila franchi che gli si presentava nella figlia di un commerciante di maglieria, invaghitasi della sua figura.
Bell’uomo, spavaldo, abile a far ben risuonare gli speroni, fornito di favoriti che si continuavano nei baffi, le dita sempre guarnite d’anelli e vestito di colori vivaci, aveva l’aspetto di un eroe e la comune esuberanza di un commesso viaggiatore. Una volta sposato, visse per due o tre anni sui beni della moglie, mangiando bene, alzandosi tardi, fumando in grandi pipe di porcellana, rientrando in casa la sera solo dopo il teatro e frequentando i caffé. Alla morte il suocero lasciò ben poco: egli si indignò, si lanciò nell’industria, vi perdette un pò di soldi, poi si ritirò in campagna, col proposito di metterla in valore. Ma poiché non si intendeva né di agricoltura né di cotonine, e poiché i suoi cavalli li montava invece di mandarli al lavoro, il suo sidro in bottiglia lo beveva invece di venderlo in barili, mangiava il miglior pollame di casa e col lardo dei suoi maiali s’ingrassava le scarpe, in breve tempo si accorse che era meglio piantar lì ogni speculazione.
Con duecento franchi all’anno, trovò da affittare in un borgo, ai confini fra la regioni di Cause e la Piccardia, una specie di alloggio che era per metà fattoria e per metà casa padronale; e, avvilito, roso dal malcontento, accusando il cielo e geloso di tutti, a quarantacinque anni, si appartò, disgustato degli uomini, egli diceva, e deciso a vivere in pace.
Sua moglie era stata una volta pazza di lui; lo aveva amato circondandolo di mille cure servili, che avevano contribuito a staccarlo ancora di più da lei.
Un tempo allegra, espansiva e piena d’amore, invecchiando era diventata (come il vino che esposto all’aria si inacidisce) di umore difficile, brontolona, nervosa. Aveva sofferto tanto, da principio senza lamentarsi, al vederlo correr dietro a tutte le sgualdrinelle del paese, e quando da venti luoghi malfamati ritornava la sera deluso e maleodorante di ubriachezza! Poi il suo orgoglio s’era rivoltato. Allora s’era chiusa nel silenzio, mandando giù la rabbia con uno stoicismo muto, che mantenne fino alla morte. Era in continuo movimento e sempre indaffarata. Andava dagli avvocati, dal presidente del tribunale, teneva a mente le scadenze delle cambiali, otteneva proroghe; e, a casa, stirava, cuciva, lavava, sorvegliava gli operai, saldava i conti, mentre “il signore” senza occuparsi di niente, continuamente in preda di una sonnolenza scontrosa da cui non usciva che per dirle parole sgradevoli, se ne stava a fumare davanti al camino, sputando nella cenere.
Quando essa ebbe un bambino, si dovette metterlo a balia. Quando fu di nuovo a casa, il marmocchio fu viziato come un principe. La mamma lo nutriva a marmellate; il padre lo lasciava correre scalzo, e atteggiandosi a filosofo diceva addirittura che sarebbe potuto andare completamente nudo, come i piccoli delle bestie. Contrariamente alle tendenze della madre, egli aveva in testa un certo ideale virile dell’infanzia, secondo il quale cercava di formare suo figlio, volendo che fosse ducato duramente alla spartana, per dargli una costituzione robusta. Lo mandava a dormire senza fuoco, gl’insegnava a bre grandi sorsi di rhum e a lanciare insulti alle processioni. Ma il piccolo, che di natura era tranquillo, mal corrispondeva ai suoi sforzi. La madre se lo portava sempre dietro, gli ritagliava delle figurine di carta, gli raccontava favole, lo intratteneva con monologhi senza fine, pieni di melanconiche trovatine e di leziose moine. Nell’isolamento della sua esistenza, essa riversò sul capo di questo bambino tutte le sue ambizioni deluse, infrante. Sognava per lui posizioni eminenti, lo vedeva già grande, bello, brillante, sistemato nel genio civile o in magistratura. Gl’insegnò a leggere e gl’insegnò anche a cantare, su un vecchio piano che aveva, due o tre piccole romanze. Ma di tutto questo il Sig. Bovary, che poco si curava di cose culturali, diceva che “non valeva la pena!”. Come avrebbe potuto avere i mezzi di mantenerlo nelle scuole governative, acquistargli una carica o un negozio? D’altra parte, “con un pò di faccia franca un uomo riece sempre a questo mondo”. La signora Bovary si mordeva le labbra e il ragazzo vagabondava per il paese.
Andava dietro ai contadini, e lanciava manciate di zolle ai corvi, che volavano via. Mangiava more lungo i fossati, stava a guardia dei tacchini con una canna, alla mietitura rastrellava, correva per il bosco, giocava a piastrelle sotto il portico della chiesa nei giorni di pioggia, e nelle grandi festività pregava il sagrestano di fargli suonare le campane, per potersi appendere con tutto il corpo alla grossa corda e sentirsi da essa sollevare in volata.
Così crebbe, robusto come una quercia. Le sue mani si fecero forti ed acquistò un bel colorito.
A dodici anni la madre riuscì a fargli cominciare gli studi. Ne fu incaricato il curato. Ma erano lezioni così brevi e così irregolari che non potevano dare grandi risultati. Le lezioni venivano date a tempo perso, in sacrestia, in piedi, in fretta, fra un battesimo e un funerale; oppure il curato mandava a cercare l’alunno dopo l’Angelus; nei giorni in cui non doveva uscire. Salivano in camera e si sedevano; i moscerini e le farfalle notturne volteggiavano intorno alla candela. Faceva caldo, il ragazzo si addormentava e il buon uomo s’assopiva con le mani appoggiate al ventre, e poco dopo russava, a bocca aperta. Altre volte, quando il signor curato, di ritorno dall’aver portato il viatico a qualche malato nei dintorni, vedeva Charles che stava facendo monellerie per i campi, lo chiamava, gli faceva una predica di un quarto d’ora, e approfittava dell’occasione per fargli coniugare, ai piedi d’un albero, un verbo. Ad un certo punto li interrompeva la pioggia, o qualche conoscente che passava. Del resto il curato era sempre contento di lui, e diceva anzi che il “giovanotto” aveva molta memoria.
Charles non poteva fermarsi a quel punto. La signora si mostrò energica. Un pò per vergogna, o piuttosto per stanchezza, il signor Bovary cedette senza fare resistenza, e si rinviò ancora di un anno, finché il ragazzo non avesse fatto la prima comunione.
Passarono ancora sei mesi; e l’anno dopo Charles fu finalmente mandato al collegio di Rouen, e ve lo condusse il padre stesso, verso la fine d’ottobre, all’epoca della fiera di San Romano.
Sarebbe ora impossibile ad ognuno di noi di ricordarsi bene di lui. Era un ragazzo di temperamento calmo, che giocava durante il tempo della ricreazione, studiava al tempo di studio, prestava attenzione durante le lezioni, dormiva di un buon sonno la notte, e mangiava con appetito al refettorio. Aveva per raccomandatario un grossista di chincaglieria in rue Ganterie, che una volta al mese lo faceva uscire, di domenica, quando il negozio era chiuso, lo mandava a passeggiare al porto a guardare le navi, poi alle sette, prima della cena, lo riaccompagnava in collegio. La sera di ogni giovedì, egli scriveva alla madre, con l’inchiostro rosso, una lettera e la suggellava con tre ostie; poi ripassava la lezione di storia oppure leggeva un vecchio volume dell’”Anacarsi”, che si trovava ora qua e ora là nello studio. Durante le passeggiate conversava col domestico, che era della campagna come lui.
A forza di applicarsi, riuscì a mantenersi sempre nella media fra alunni; una volta anzi si conquistò una menzione onorevole di primo grado in storia naturale. Ma alla fine della terza, i genitori lo ritirarono dal collegio per fargli studiare medicina, persuasi che sarebbe potuto arrivare da solo fino alla licenza di maturità.
La madre gli fissò una camera al quarto piano, sull’Eau-de-Robec, in casa di un tintore suo conoscente. Si accordò sulle condizioni della pensione, si procurò dei mobili, un tavolo e due sedie, fece venire da casa un letto di ciliegio, e acquisto pure una piccola stufa di ghisa con una provvista di legna perché il suo povero ragazzo di scaldasse. Poi, alla fine della settimana, partì, dopo avergli fattomille raccomandazioni di portarsi bene, ora che era lasciato a se stesso.
Il programma dei corsi, quando egli lo lesse nell’albo, gli fece venire il capogiro; corso d’anatomia, corso di patologia, corso di fisiologia, corso di farmacia, corso di chimica e di botanica, e di clinica e di terapeutica, senza contare l’igiene e la materia medica, tutti nomi di cui egli ignorava l’etimologia e che erano come tante porte di santuari immersi in tenebre anguste.
Non ci capì niente; aveva un bel stare a sentire, non riusciva ad afferrare. Tuttavia ci si affaticava, teneva dei quaderni rilegati, seguiva tutti i corsi, non perdeva una sola lezione di pratica. Adempiva al suo dovere quotidiano come un cavallo da argano, che gira intorno con gli occhi bendati, senza sapere che lavoro fa.
Per risparmiargli le spese, la madre gli mandava ogni settimana, col corriere, un pezzo di vitello cotto al forno, col quale egli faceva colazione al mattino, quando ritornava dall’ospedale, mentre batteva i piedi contro il muro per riscaldarsi. Più tardi doveva correre alle lezioni, nell’anfiteatro anatomico, all’ospedale, e ritornare poi a casa facendo tanta strada. La sera, dopo il magro pranzo che gli forniva il padrone di casa, saliva di nuovo in camera sua e si rimetteva al lavoro, con i vestiti bagnati che gli fumavano addosso davanti alla stufa arroventata.
Nelle belle sere d’estate, quando le vie ancora tiepide sono vuote, quando le domestiche giocano al volano sulla soglia degli usci delle case, egli apriva la finestra e si appoggiava coi gomiti sul davanzale. Il fiume, che fa di quel quartiere di Rouen come una misera piccola Venezia, scorreva giù, sotto di lui, giallo, violetto o azzurro fra i ponti e le chiuse. Qualche operaio, accovacciato sulla riva, si lavava le braccia in quell’acqua. Stese su pertiche che uscivano dalla parte alta dei granai matasse di cotone si asciugavano all’aria. Dirimpetto, oltre i tetti, si apriva il vasto cielo puro, rosso al tramonto. Come si doveva star bene laggiù! Che frescura sotto i faggi! Egli allargava le narici per aspirare gli odori buoni della campagna, che non arrivavano fino a lui.
Dimagrì, il personale gli si allungò e il viso assunse una specie di espressione dolorosa che lo rese quasi interessante.
Per una naturale pigrizia, arrivò a svincolarsi da tutti i disegni che s’era proposti. Una volta mancò al giro delle visite, il giorno dopo alla lezione, e prendendo gusto alla pigrizia, non ci ritornò più.
Prese l’abitudine di andare all’osteria e si appassionò al domino. Chiudersi ogni sera in un sudicio locale pubblico per picchiare sul tavolino di marmo piccoli ossi di montone marcati di punti neri gli sembrava un gesto prezioso della sua libertà, che lo innalzava nella stima di se stesso. Era come una iniziazione nel mondo, l’accesso ai piaceri proibiti; e, quando entrava, posava la mano sul pomo della porta con una specie di gioia sensuale. In quel tempo molte cose che erano rimaste compresse dentro di lui lievitarono; imparò a memoria delle canzoncine che andava cantando ai nuovi venuti, si entusiasmò per Béranger, imparò a fare il punch e conobbe finalmente l’amore.
Grazie a questi lavori preparatori, fallì interamente nell’esame di ufficiale sanitario. E in casa lo stavano aspettando quella sera per festeggiare il suo successo!
Egli partì a piedi e quando fu vicino al paese si fermò, fece chiamare la madre e le raccontò ogni cosa. Ella lo scusò, dando la colpa dell’insuccesso all’ingiustizia degli esaminatori, e lo confortò un pò, prendendosi l’incarico di accomodare le cose. Soltanto cinque anni più tardi il signor Bovary seppe la verità; essa era ormai cosa vecchia, egli l’accettò, non potendo d’altra parte sospettare che un uomo da lui generato fosse uno sciocco.
Charles si rimise dunque al lavoro e studiò ininterrottamente per prepararsi alle materie delgi esami, imparando anticipatamente a memoria tutte le tesi. Ottenne una votazione abbastanza buona. Che bel giorno fu quello per una madre! Fu fatto un gran pranzo.
Dove sarebbe andato ora ad esercitare la professione? A Tostes. La c’era soltanto un vecchio medico. Da molto tempo la signora Bovary ne aspettava la morte, e il buon uomo non aveva ancora fatto fagotto, che Charles si era installato di fronte a lui come successore.
Ma non le bastava aver allevato un figlio, avergli fatto studiare medicina e scoperto Tostes per fargliela esercitare: gli ci voleva una moglie. Gliene trovò una: la vedova di un usciere di Dieppe, che aveva quarantacinque anni e milleduecento franchi di rendita. Sebbene fosse brutta, secca come un pezzo di legno e fiorita di frignoli come una primavera, alla signora Dubuc non mancavano certo partiti da scegliere. Per arrivare allo scopo che s’era prefisso, la Signora Bovary dovette soppiantarli tutti, e riuscì a sventare molto abilmente perfino i maneggi di un salumaio che era sostenuto dai preti.
Charles, grazie al matrimonio, aveva intraveduto il raggiungimento di una condizione migliore, pensando che avrebbe avuto maggiore libertà e avrebbe potuto disporre di se stesso e del suo denaro. Ma la moglie fu la padrona; davanti alla gente egli doveva dire questo, non doveva dire quello, mangiar di magro tutti i venerdì, vestirsi come voleva lei, assillare, per ordine suo, i clienti che non pagavano. Ella apriva le sue lettere, ne spiava ogni passo, e stava a sentire, dietro un tramezzo, mentre egli, nel suo gabinetto, visitava donne.
Aveva bisogno del cioccolato tutte le mattine, le occorrevano riguardi a non finire. Si lamentava continuamente dei nervi, del petto, del cattivo umore. Il rumore dei passi la disturbava; se egli usciva si annoiava della solitudine; se le ritornava vicino, era senza dubbio per vederla morire. La sera quando Charles tornava a casa, metteva fuori dalle lenzuola le lunghe braccia magre, gliele stringeva attorno al collo, e, dopo averlo fatto sedere sulla sponda del letto, si metteva a raccontargli le sue tristezze: egli la trascurava, amava un’altra! Le avevano ben detto che sarebbe stata disgraziata; e finiva per chiedergli qualche sciroppo per la sua salute e un pò di amore.”
Gustave Flaubert – “Madame Bovary”
34 risposte finora ↓
"MADAME BOVARY" Cap. I « Libreria Il Fiore d’Oro // Aprile 24, 2007 a 2:36 pm
[...] “Madame Bovary” – G. Flaubert – I capitolo [...]
порно // Ottobre 16, 2008 a 2:30 am
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apperotow // Ottobre 20, 2008 a 5:51 am
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spoiffproof // Ottobre 23, 2008 a 5:01 pm
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While he is walking down the isle, his father tugs his sleeve and says,
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Hours later he gets to the hotel room with his beautiful blushing bride and he calls his father,
“Dad, we are the hotel, what do I do?”
“O.K. Son, listen up, take off your clothes and get in the bed, then she should take off her clothes and get in the bed, if not help her. Then either way, ah, call me”
A few moments later…
“Dad we took off our clothes and we are in the bed, what do I do?”
O.K. Son, listen up. Move real close to her and she should move real close to you, and then… Ah, call me.”
A few moments later…
“DAD! WE TOOK OFF OUR CLOTHES, GOT IN THE BED AND MOVED REAL CLOSE, WHAT DO I DO???”
“O.K. Son, Listen up, this is the most important part. Stick the long part of your body into the place where she goes to the bathroom.”
A few moments later…
“Dad, I’ve got my foot in the toilet, what do I do?”
lenkaalech // Febbraio 5, 2009 a 7:00 pm
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Hocreniorne // Febbraio 20, 2009 a 12:45 am
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Lemondrop Tests: Does the Wearable Towel keep you comfy in the summer?
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What is the Wearable Towel, you ask? It’s basically the summer version of the Snuggie. I got the Wearable Towel because I’m a total dork. I own just about every infomercial product known to man. The less I need it … THE MORE I NEED IT. But little did I know that when you go to a pool or beach party with the super-dorky Wearable Towel, each and every single person at the party will talk to you. That includes every single cute guy AND all of their friends.
I’ll tell you exactly why you need this stupid towel:
1. It’s very soft — the silkiest towel I’ve ever owned.
2. It comes in three patriotic colors: red, white and blue. With the election of President Obama it’s cool to be patriotic again so I suggest collecting all three. The only way it would be better is if it came in an actual American flag pattern … or black. Who doesn’t love black?
3. It’s perfect for the beach and pool parties. You don’t even need to wear clothes. It’s actually a cute little dress when it’s on. If you want to look fancy, just throw on a belt.
4. It comes in every size you can imagine. No matter how fat or skinny you are, they make a Wearable Towel in your size.
5. And most important of all, it’s the ultimate icebreaker. You will meet a ton of people if you are wearing a Wearable Towel. Every single cute guy at the party will come up to you at some point and ask you about the towel or make some kind of goofy joke about it.
You are always the center of attention in a Wearable Towel. It’s also the perfect excuse for further contact. When people see you in the Wearable Towel, and they see all the attention you’re getting, they will feel like they need one too … so they will ask you where to get one. If they’re ugly, tell them to Google it, and if they’re hot tell them you’ll email or Facebook them the link. Ba da bing — contact made, friendship started and the next thing you know the Wearable Towel has landed you a hot new boyfriend and/or booty call.
Get your stupid Wearable Towel now and thank me later.
Price: $19.95 plus shipping and handling
Rating: 5 out of 5 ShamWows
CJ Arabia is a writer living in L.A.
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Welcome to Glamour.com
slaves to fashion:
Move Over, Snuggie: The Wearable Towel Has Arrived!
The Snuggie did its part to keep you warm all winter (more than a few of you ‘fessed up that you were the proud owner of one or were hoping to become one!), and now that summer’s almost here, it’s time to say hi to the wearable towel. “Because robes are heavy and hot!”
The next generation of infomercial “fashion” has arrived in the form of the Wearable Towel, a terrycloth wonder with three arm holes that can be worn as a toga or a tunic, by men and women, and helps you stay covered up after showering or swimming. Just like with the Snuggie, I think the true brilliance of this product is in the marketing. Check out the infomercial now:
I must confess, I did have one of those towels with the elasticized tops in college, and I did wear the hell out of it while drying my hair and drinking Milwaukee’s Best in my dorm room. And this one can actually go to the beach, since it unfolds into a regular towel. And it comes in red, white, and blue, instead of the powder puff pink one of my past. Considering an infomercial gadget recently changed my sister’s life, I’m open to the possibility of a similar experience. Dare I say it–this just might be a stroke of product development genius. And all for the low, low price of just $19.95!
What do you think, dolls? Is this the heir to the Snuggie throne? Could you see this thing being of practical use to you this summer? Have you ever owned one of those Velcro topped-towels? Will you invest in a Wearable Towel? Discuss!
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women tribune
Sick of Fighting with Your Towel?
Typically, once I get out of the shower I apply body lotion or body butter for the day, grab a towel, and then try to maneuver my towel to allow me to use my arms and hands effortlessly to apply makeup and do something with my hair. However, this hardly ever works because most of the time, the towel comes undone from around my body leaving me completely uncovered and frustrated, especially since I’m relying on that towel to absorb the water from my shower so after I’m done with my hair and makeup I can walk into my bedroom and get my clothes on and go about my day. So when I came across the Wearable Towel I was pretty excited, thinking about having a towel that would stay around my body after the shower, leaving me able to have full range of motion of my arms to get myself ready for the day.
The Wearable Towel allows me to go about my morning (or afternoon since I work from home and have the freedom to not have to get ready to start my day until the afternoon) completely hassle-free. I don’t have to fight with a towel or walk around the house holding it up so it doesn’t fly open or fall off. I will often get out of the shower, put a towel around myself, and come downstairs to get a mug of coffee to enjoy while getting myself ready for the day, so the last thing I want is my towel malfunctioning while I’m walking in front of the window. I also cannot tell you the amount of times I have had the UPS delivery person at my door while trying to get clothes on. With the Wearable Towel, you can just wrap it around yourself and hurry to the door to get your package before the delivery person writes one of those notes I always hate getting telling you they will try again tomorrow.
But the Wearable Towel isn’t just for after morning showers; it can also be brought with you and your family on vacation this summer to the beach or to the neighborhood public pool. It is made of 100% cotton and is very absorbent so you can wrap one around your child to get dry after being in a pool or the ocean and they are still free to run around and keep having a great time! And don’t worry about losing the fasteners to get the Wearable Towel to fasten around your body because there aren’t any. The Wearable Towel has arm openings allowing you to simply slip your arms into the openings and you’re completely covered and free to go about your day.
The Wearable Towel is not sold in stores, but it is sold online. Just go to the Wearable Towel’s website to order or call 1-866-618-6444.
Tags: Bath & Beauty, beach vacation, beaches, cosmetics, hair care, pool, summer, summer vacation, towels, Wearable Towel, Your
by Holly
Filed Under Bath & Beauty, Your Style
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NEW YORK FASHION
The Wearable Towel: Summer’s Snuggie?
If we’re wearing blankets with sleeves in the winter, we may as well wear towels in the warmer months. And alas, the summer Snuggie has arrived: the Wearable Towel. It looks like an ordinary towel, but it has holes on the edges for you to stick your arms through so you can wear it — like a shift dress! Or, if you’re a dude, a toga! Dealing with a tucked-in corner coming undone on an unwearable towel is just too much trouble when you’re grilling turkey burgers by the pool or washing your baby in a pot in the kitchen. Or when you get out of the shower and are so in need of the newspaper that very instant that you don’t have time to throw on clothes to go outside to get it. Allow the infomercial to enlighten you.
Wearable Towel: The Towel With Arm Openings
By: Amy Odell
Filed Under: summer or bust, snuggie, this will scare you, wearable towel
sprintforfree // Settembre 18, 2009 a 1:21 pm
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Nikoldiego // Settembre 21, 2009 a 11:50 pm
Hi people how are you ?