
“Curiosa questa storia del viaggio in America.
Enigmatica, se ci si ferma a riflettere, la passione dimostrata da scrittori non solo francesi ma anche europei per questo viaggio in particolare.
Gli scrittori ovviamente hanno sempre viaggiato. Contrariamente alla celebre, troppo celebre tesi di Levy-Strauss nel suo Tristi Tropici, non hanno mai smesso di amare i viaggi e i viaggiatori. Ma non sono sicuro che esista un luogo al mondo che, dall’autore del Genio del cristianesimo fino a quello di Oliver Twist, da Céline a Georges Duhamel, da Soldati a Simone de Beauvoir, Sartre, Morand e tanti altri, li abbia attratti in modo più continuo, più intenso, più irresistibile di questo, nel bene e nel male, nel registro dell’odio o all’opposto dell’adorazione condiscendente. Mi è chiaro cosa cercassero quando viaggiavano in Oriente (l’exote tanto caro a Segalen ma anche a Claudel e Malraux), a Roma o a Firenze (la bellezza, le metamorfosi dell’arte e delle sue forme), a Gerusalemme, Persepoli, Lhasa (miraggio delle origini e delle fonti, culla delle civiltà), ma non altrettanto cosa potesse generare in loro questo desiderio di America che non è riconducibile a nessuno dei motivi canonici.
Le fonti? Assurdo poiché si tratta di un nuovo mondo che ha le sue radici in Europa.
La bellezza? L’armonia? A parte pochi casi autorevoli, un pugno di spiriti liberi che seppero subito vedere la bellezza dei grattacieli e dei nuovi paesaggi urbani delle grandi città, folli e artificiali, quasi tutti hanno criticato la scarsa grazia, la mancanza di cultura, la bruttezza americane.
L’exote? L’alterità? Lo sguardo distaccato dell’etnologo, attento agli usi di una civiltà straniera? Ugualmente impossibile: nessuna connessione con l’ancoraggio europeo dell’America; e oltretutto in contraddizione con quell’estasi moderna che, continuando da tre secoli a frequentare, modellare e porsi come esempio la patria di Jefferson e Kennedy, è l’antidoto più sicuro all’attrazione per il folclore o il pittoresco caratteristico del fascino dell’exote.
No. Il viaggio in America non si accorda con niente di tutto ciò. Non obbedisce a nessuno dei motivi elencati. E mi chiedo addirittura se non li contraddica punto per punto, sistematicamente.
Prima contraddizione: non l’exote ma il vicino; non l’altro ma lo stesso; o allora l’altro, si, è ovvio che l’America lo sia, ma molto meno dell’orientalistico, dell’africano o dell’amerindio! Un altro che ci parla di noi, che ci mostra la nostra parte più ordinaria, comune e condivisa, che ha sempre, o quasi, l’oscura familiarità (o l’inquietante estraneità, ma in fin dei conti è la stessa cosa) delle caricature o degli specchi; un tipo di spostamento nel quale si percorre una lunga strada non per andare incontro ad un estraneo, ma ancora e nuovamente a se stessi. Così il viaggio in America assume negli uomini moderni la struttura di un’odissea…
Seconda contraddizione: il futuro. Questo tipo di specchio di solito riflette il passato; ci dice: “Ecco cosa eravate, da dove venite, chi sono i vostri antenati”. Qui no, è il contrario; per riprendere un celebre titolo, è uno specchio che ci rimanda l’immagine non della nostra storia finita, ma delle scene della vita futura come l’anticipazione americana ci permette di immaginarle. “Ecco cosa sarete” ci dice “ecco dove andate e quale mondo partorite.” Se il viaggio in America è, come tutti gli altri, un viaggio nel tempo e anche nello spazio, il tempo non è quello della nostra memoria sognata, nostalgica o reinventata, ma quello di un futuro che, a seconda della natura di ciascuno, sentiamo come minaccioso o promesso, una macchina che non ci farà risalire il corso dei secoli ma ce li farà scendere.
E infine la contraddizione della contraddizione, la terza pista che, senza smentirla, complica e precisa la precedente: l’America significa grattacieli ma anche grandi spazi e deserti; rappresenta le scene della vita futura e contemporaneamente (ne ho visti e descritti tanti!) paesaggi dell’alba del mondo, non certo (vedi il punto precedente) della “nostra” alba di europei, ma da Audubon a Baudrillard (passando per i film western), essi sono una sorta di reminiscenza o di richiamo. Dunque è probabile che questo viaggio abbia la particolarità, in ultima analisi, di farci provare il gusto di queste due cose; forse è una delle rarissime esperienze capaci di offrire, in uno stesso pacchetto di sensazioni, il profumo della massima modernità e dell’arcaismo primordiale; forse l’amore che proviamo nei suoi confronti scaturisce dall’oscura sensazione che lì e solo lì viene data a un essere umano la possibilità di vedere concentrata la materializzazione di questi due sogni, pre- e post-storici, entrambi ugualmente potenti, ma che noi in genere riusciamo a pensare solo separati da migliaia di chilometri e, più ancora, da millenni. In un unico spazio (un Paese), in un tempo breve, negli appena tre secoli che bastarono ai primi pionieri arrivati sul limitare della Valle della Morte e del Grand Canyon per inventare la vergognosa Las Vegas (e passare quindi dal prebiblico al post-moderno), il viaggio americano costituisce il continuo passaggio dall’Eden alla Gehenna, il cortocircuito permanente tra Bibbia e fantascienza, l’attraversamento delle età dell’oro e del piombo dell’umanità…”.
tratto da “American Vertigo” di Bernard-Henri Lévy
(…mi permetto di suggerire… -anna-)
